Paddington ha appena ottenuto il suo passaporto inglese e vive felicemente con la famiglia Brown dove Judy e Jonathan sono cresciuti e presto lasceranno il nido domestico con buona pace della loro mamma. Quando dal Perù arriva una lettera della madre generale dalla casa di riposo dove vive zia Lucy, che la descrive malata e triste, tutta la famiglia (signora Bird inclusa) decide di partire per il paese sudamericano a trovare l’anziana orsa. Arrivati sul posto i nostri scoprono che zia Lucy è scomparsa. Per rintracciarla dovranno risolvere un mistero legato alla mitica Eldorado e superare avventure a non finire nella foresta amazzonica che li vedono coinvolti insieme all’ambigua madre generale e al bugiardo capitano Cabot e sua figlia.
Ciò che muove il protagonista Paddington è fin dal primo minuto l’amore per l’anziana zia. Il suo è un cuore puro e affezionato e in questo pare contagiare positivamente la sua famiglia adottiva che si è messa tutta in gioco in un’avventura incredibile e pericolosa che ha però il merito di tenerli ancora una volta strettamente uniti. È l’opposto di quanto vivono gli antagonisti: prima Hunter Cabot, poi la Reverenda Madre (che si rivelerà un’altra Cabot avida d’oro), sono emblema di quella parte di umanità che “non divide”, come ripete il capitano, e non sa condividere per brama di ricchezza. Questo è il conflitto che anima tutta la concitata azione del film fra i molti pericoli dell’affascinante Amazzonia. I nostri lottano restando uniti e superano le prove proprio quando per amore si prodigano in un gesto di coraggio ed altruismo: la famiglia viene sempre prima di tutto. Scoperto che l’Eldorado tanto cercato non è una miniera d’oro ma un mondo appartato in cui vive una pace primordiale, Paddington sarà chiamato a scegliere fra le sue radici e la sua famiglia adottiva.
Un action movie, quindi, con un sottotesto molto esplicito nell’indicare l’amore famigliare come il valore per cui vale la pena spendersi con coraggio. Paddington e la famiglia Brown, al termine dell’avventura, sono ancora più uniti e pronti per affrontare nuove sfide ed è chiaro l’intento degli autori di lasciare aperta la possibilità di nuovi film.
L’ingenuo e goloso orsetto Paddington, nato dalla penna di Michael Bond nel 1958 e tradotto in più di 40 lingue è divenuto un film la prima volta nel 2014 (Paddington) e una seconda (Paddington 2) nel 2017. In questo terzo film attorno al protagonista in CGI si avvicendano attori come la premio Oscar Olivia Colman nel ruolo della reverenda madre che rivelerà una seconda identità, Antonio Banderas nei panni del capitano del battello Hunter Cabot, costretto a lottare tra l’avidità inculcatagli dai suoi antenati e l’amore per sua figlia. E poi Hugh Bonneville (Downton Abbey) che è ancora una volta mister Brown, Julie Walters (la signora Bird), Jim Broadbent e, in un cameo sui titoli di coda, Hugh Grant. Alla regia l’esordiente Dougal Wilson, che sostituisce dietro la macchina da presa il regista dei due precedenti film, Paul King, rimasto come co-autore del soggetto.
Lo spettacolo non delude le attese di chi ha gradito i precedenti della serie. Quello di Paddington è uno sguardo innocente sul mondo che lo porta inevitabilmente a scontrarsi contro le brutture e le cattiverie degli uomini, spesso in modo comico a causa della sua inconsapevolezza. In questa terza occasione l’ambientazione amazzonica differenzia la posta in gioco e, soprattutto pensando ad un pubblico di bambini, rende avvincente la narrazione con un ritmo sempre molto incalzante. La semplicità del racconto non si traduce in svolte banali, quanto piuttosto in un crescendo di difficoltà che i protagonisti riescono a superare sempre secondo il principio che l’unione fa la forza. Da parte sua Paddington osa, prova, sbaglia e si rialza e noi facciamo sempre il tifo per lui perché è l’icona di un cucciolo che sta diventando grande.
Oltre a buttare sempre il cuore oltre l’ostacolo, Paddington suscita empatia perché ha sempre la battuta pronta, ma non è mai una frase scontata, ma il frutto di una logica incontaminata dall’egoismo e dai calcoli dei grandi. In tal senso anche i dialoghi, pur nella loro semplicità, sono funzionali al racconto, mantengono sempre un buon livello di scrittura e trasmettono con chiarezza un messaggio molto positivo.
Giovanni Capetta
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