Braccato dagli strozzini che vogliono fargli la pelle, Mickey si imbarca in una spedizione spaziale alla conquista di un pianeta lontano e inospitale. Il suo ruolo è fare da cavia nell’esplorazione del pianeta, grazie a una stampante che riproduce il suo corpo e i suoi ricordi ogni volta che muore…
Dopo il successo di Parasite, che nel 2020 ha segnato un cambio epocale nella considerazione del cinema straniero ad Hollywood, Bon Joon-ho torna sullo schermo con un film paradossalmente molto americano. È americano il romanzo da cui lo ha tratto – Mickey7 di Edward Ashton – lo è la produzione e gli attori che sceglie – protagonista a parte, l’inglese Pattinson – ma lo sono soprattutto i personaggi del film: su tutti il Comandante della spedizione, che somiglia molto a una parodia di Elon Musk, e anche un po’ di Donald Trump…
È proprio questa atmosfera parossistica che impedisce al film di prendere sul serio i temi profondi della storia: la ricerca di un nuovo mondo e la sua colonizzazione, comandata dai ricchi e attuata con i poveri – tema sociale caro al regista coreano – ma soprattutto la creazione di una nuova umanità.
Una stampante capace di clonare un uomo, replicando il suo corpo e i suoi ricordi, riproduce davvero un individuo nuovo? Quando Mickey17 non muore per sbaglio e incontra il suo multiplo Mickey18 fresco di stampa, i due cloni si rendono conto che per quanto simili, rimangono due entità diverse: specificamente, il film parla proprio di due anime diverse.
Ma allora se un’anima c’è, nessun individuo può essere considerato sacrificabile. È questo il vero tema della storia, che in un’attualità dove la guerra non è più una notizia meriterebbe una sceneggiatura più attenta – e forse più epica – di quella che il film stesso propone.
La sensazione finale è un po’ quella di un tema poco riuscito: la sostanza c’è, il regista pure (e non si discute), ma non si applica. Perché una bella storia non basta: conta anche come la si racconta.
Claudio F. Benedetti
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