Seconda guerra mondiale. Dopo una carriera da modella e fotografa di moda e arte, Elizabeth “Lee” Miller ottiene impiego come corrispondente di guerra per Vogue, prima in Inghilterra, poi al seguito dell’esercito americano, dalla liberazione della Francia fino all’ingresso nei lager. Accanto a lei, David Scherman, fotografo al servizio di Life.
Prevedibilmente, nel raccontare l’arruolamento della battagliera Lee, il film ne fa una rivendicatrice di diritti, insistendo sul fatto che il reportage bellico non era di norma previsto tra le mansioni di una donna. Per l’esattezza, il lavoro di Lee risulta complicato dal divieto d’accesso, da parte del personale femminile, a certe aree militari e di combattimento. Che il ritratto filmico collimi o meno col profilo della Lee Miller storica, il fatto è che la polemica risulta più volte pretestuosa e disseminata di incongruenze. Perché, ad esempio, considerare il campo di battaglia come un diritto da reclamare, anziché come un sacrificio? Peraltro un sacrificio perlopiù imposto, non una libera disponibilità delle reclute.
Quello di Lee, al contrario, è un caso di messa a disposizione: ma se e quanto quest’ultima sia dettata da amor di patria o coscienza civica è il film stesso a metterlo in dubbio. Il suo gettarsi nell’infuriare degli scontri, sprezzante di ogni pericolo, è descritto, per metà, come una sfida ad ogni regola imposta dagli uomini; per l’altra metà, come una famelica ricerca di spericolate avventure (solo a tratti si può parlare di autentico coraggio).
Nel primo caso, sembra essere una questione di principio: non bisogna darla vinta agli uomini per nessun motivo, indipendentemente dalla ragionevolezza o meno delle loro richieste.
Nel secondo, sembra che il tuffarsi nel frastuono della guerra abbia lo scopo di fuggire da una tempesta interiore, di sotterrarne il tumulto con uno più assordante. Il film non lo nasconde: nel retroterra biografico della ruvida e turbolenta Lee c’è del sangue che gronda, sebbene lei cerchi di occultarlo con magistrale tenacia. Ma chi la conosce bene lo sa: Lee custodisce dei segreti.
Lei stessa afferma di preferire il fotografare all’essere fotografata: ama dunque osservare, ma detesta il rischio di essere guardata dentro. Questo è infatti il vero significato del suo passaggio da modella a fotografa: non si tratta appena di non essere ricordata – o usata che dir si voglia – soltanto per le sue forme, ma di proteggere il suo mondo interiore dallo sguardo altrui. A meno che non si tratti di farsi immortalare in scatti come quello, divenuto celebre, che la ritrae nella vasca da bagno del defunto Hitler: un aneddoto che il film riporta come esempio eminente dell’impulso di Lee a sfondare qualunque limite all’avventura (e forse come speranza di una rinnovata celebrità).
Tutto questo getta un’ombra anche sulla genuinità del suo duello contro il mondo maschile: non sarà forse l’espressione di un’ansia che risiede altrove? In questo, anche la pellicola sembra mantenere un segreto: da un lato, esalta le sempre più temerarie sfide che Lee pone a sé stessa (anche) come storici traguardi della causa femminile. Dall’altro, sembra accorgersi di certi controsensi provenienti dallo spaccare l’umanità in due giganteschi campi ostili, uomini contro donne. Se, ad esempio, Lee protesta contro chi esprime malignità contro le donne in quanto tali, in compenso non ha troppe remore a squalificare gli uomini in toto, a dispetto della sua stessa esperienza, non ultima quella col marito e con Scherman. Di tanto in tanto, la storia sembra volerle far abbandonare lo sbrigativo schema che le fa interpretare ogni spiacevole evento come l’episodio di un’eterna lotta tra i sessi: ma lo fa senza convinzione.
E quando finalmente il doloroso segreto di Lee ci viene svelato (nulla di imprevedibile), resta intatta l’impressione che molte sue gesta, rivendicazioni di libertà incluse, non siano altro che lo scompigliato tentativo di lenire un ben più profondo – sacrosanto! – grido. Non che tra la sua antica amarezza e l’anelito di rivalsa non vi sia alcun nesso: ma sondare e identificare una sofferenza è una cosa, riversarla nella lotta è un’altra.
Oltre ad essere episodico, Lee Miller è un film disarticolato anche nelle sue riflessioni. Sembra che gli autori lo sospettino, ma non osino dirlo: non è nutrendo ostilità verso il mondo che si diventa liberi. Dov’è la tua ferita, lì sarà la tua liberazione.
Marco Maderna
Tag: 2 Stelle, Biografico, Drammatico, Guerra